Suicidi nelle Forze Armate e nei Corpi Armati Dello Stato: Lo Stato, le Forze Armate, i Corpi Armati devono intervenire. L’Esercito, sempre più attento alle problematiche del proprio personale, se ne faccia portavoce e attivo “combattente”

Pubblicato da Presidente AssoMilitari il

Ancora una volta un cittadino in uniforme si è tolto la vita.

Al momento è inutile discutere e ipotizzare sui motivi di tale gesto che rimarranno tutti nascosti nella persona che abbiamo perso.

In questo momento le cose importanti sono due, e tra queste non non sono presenti nè la strumentalizzazione, nè tanto meno la demagogica “guerra” finalizzata a facili consensi.

Per prima cosa ci stringiamo con un abbraccio alla famiglia dell’ennesima vittima di un male brutale e assolutamente non gestibile in solitudine quale è lo stress, problema potenziato dalla solitudine psicologica o dall’assenza di empatia che spesso vivono questi soggetti.

La seconda cosa è spingere la Politica e i Vertici Militari e Civili, ovvero tutte le Istituzioni competenti, a cercare di capire i meccanismi e le reali motivazioni di tali gesti, quindi intervenire per quanto possibile per fermare questo vero e proprio “dramma” collettivo dei suicidi (comprendo tutti e non solo i cittadini in uniformi).

Non vogliamo puntare il dito sulle caserme, sui Comandi o sulla vita passata nell’uniforme.

Sarebbe irrazionale, non realistico, riduttivo e non rispettoso dei colleghi che ci hanno lasciati, delle Istituzioni tanto meno delle famiglie che in questi momenti sono i soggetti più toccati e sofferenti.

Vogliamo solo far capire che tali gesti, in alcuni casi, potrebbero essere preventivati, quindi risolti attraverso degli interventi mirati e funzionalmente diretti. 

Un punto però deve essere subito chiaro.

Chi dice che per tali gesti sia esclusivamente colpa del servizio svolto, come successo tempo fa per fatti simili per i quali è stata data colpa al servizio Strade Sicure svolto dalle Forze Armate italiane, sta solo cercando di fomentare malessere al fine di guadagnare visibilità e facili consensi.

Con questo non vogliamo dire che la vita e lo stress vissuto in servizio e nelle caserme non possa influire in tale dolorosa decisione.

E’ ovvio che se  una persona nella vita privata dovesse vivere problemi personali, causa questi di elevato “stress correlato”, lo stesso sarebbe aumentato esponenzialmente nel caso in cui anche sul luogo di lavoro, tali soggetti non dovessero più trovare una valvola di “decompressione”.

Le cause di quanto appena affermato potrebbero essere molteplici, come ad esempio una elevata e non sostenibile mole di lavoro, una scadente e inaspettata qualità del servizio svolto rispetto a quanto prospettato o atteso, promesse o tutele disattese, una volontaria cecità esercitata da certi Comandanti più propensi e attenti alla propria carriera o al non “infastidire” chi li dovrà giudicare che non al benessere del personale o al “servizio” da garantire al Paese, da eventuali problemi vissuti con colleghi o superiori, da una insoddisfazione professionale causata da sotto impieghi o incarichi non edificanti, oppure per vessazioni vissute da parte di quella linea di Comando che invece avrebbe dovuto preservare e sostenere tali persone.

Non per polemica vengono dette queste cose ma, per lealtà e per rispetto nei confronti delle Istituzioni e del Paese che serviamo e difendiamo con quotidiano impegno e onore.

Solo obiettiva e oggettiva visione di alcune situazioni per le quali di esempi ne potremmo citare infiniti se solo i Vertici o le autorità competenti fossero interessate a conoscere quali critiche, dolorose e disonorevoli situazioni si verificano negli ambienti di lavoro.

Ma questo, con tutto quello di negativo che ne potrebbe scaturire, non sarebbe comunque sufficiente  a motivare o a giustificare un gesto tanto doloroso quale quello del suicidio.

Se è vero che ogni persona vive infinite problematiche durante tutta la propria vita, è anche vero che negli ultimi anni, per una molteplice quantità di motivi, abbiamo perso la possibilità e la volontà di aumentare la nostra resilienza.

Tutto il forzato “buonismo” e il tanto ricercato quanto insostenibile “politicamente corretto”, la decadenza della cultura e dell’etica e dell’onore potrebbero avere la loro percentuale di colpa.

Vivere sotto una campana di vetro o senza riferimenti nella vita completano questo quadro.

Nell’ambiente militare, dove il maggior numero di suicidi avviene in giovani di circa 20 anni, si dovrebbero valutare possibili defezioni inerenti le metodiche di arruolamento (non selettivo ma mirato a far entrare indistintamente e senza veri criteri specifici il maggior numero di persone), nella tipologia e nella qualità dell’addestramento (mirato più a smarcare gli impegni che non a formare persone adulte, razionali e pronte ad affrontare i problemi nel modo più idoneo e funzionale), nell’impiego (non sempre svolto nella massima tutela fisica, sanitaria e psicologica).

Bisogna lavorare tanto sullo “PTSD” ( disturbo da stress post traumatico) conseguenza di impieghi in conflitti bellici o comunque in situazioni di alto valore di stress, quanto sullo stress da “lavoro correlato”.

Per troppo tempo è stato sconosciuto oppure conosciuto ma volutamente non preso in considerazione, ovvero sottovalutato, questo tipo di stress che colpisce OGNI tipo di persona indifferentemente dall’età, dall’esperienza maturata, dalla tipologia di lavoro o dal fatto che indossi una uniforme o sia impiegato in ambito civile.

Troppo spesso le Istituzioni, i colleghi e purtroppo gli stessi familiari disconoscono tale situazione vissuta da chi hanno accanto, poiché  nascosta e mistificata con sorrisi, contraffatta serenità o accentuata forza.

Ora noi non vogliamo parlare tanto dei motivi, per i quali rimaniamo disponibili per ogni tipo di confronto.

 

Fin dal 2000 abbiamo più volte evidenziato questo tipo di problematica da sempre presente nelle Forze Armate, anche attraverso atti formali nei quali, in alcuni casi ovviamente riscontrabili, anticipavano, con fatti, nomi e circostanze suicidi poi avventi a distanza di un mese da tali denunce. Qui bastava avere voglia di leggere e di intervenire per salvare una vita e non togliere a tre bambini il proprio padre.

 

Vogliamo cercare di fare in modo che tali forme di stress e depressione vengano preventivate, prontamente riscontrate e immediatamente curate.

Solo un immediato e reale supporto umano e tecnico potrà scongiurare altri suicidi.

 

Alla luce di quanto sopra esposto relativamente ai suicidi:

  • Considerato che alla luce di tutti i recenti studi tecnico/scientifici inerenti tale materia, risulta evidente la molteplicità di situazioni/circostanze che possono generare lo “stress” e la “depressione”;
  • Rilevato che tale problematica sia latente tutto l’anno, quindi ben presente anche in ogni operazione condotta sul territorio nazionale come nelle varie attività stanziali;
  • Tenuto conto che attualmente da gran parte del personale in servizio  viene considerato “pericoloso” dichiarare la propria condizione di “Stress”, onde evitare di essere messi da parte anziché tutelati, oltre a possibili impatti negativi sul prosieguo del servizio/carriera,
  • Viste le continue attività estere e nazionali, sempre più frequenti e sempre più impegnative sotto vari punti di vista;
  • Dato che attualmente nell’ambiente Difesa/Sicurezza c’è la convinzione che lo “stress psicologico” sia da riferirsi unicamente nei confronti del personale che è stato impiegato in Teatri Operativi esteri o ha vissuto eventi post traumatici;
  • Confermato che ora i Soldati vivono ogni situazione di stress incontrata nelle attività con l’aggravio di dover fingere di non aver disturbi o problematiche (che comunque si rifletteranno sull’operato e sulla famiglia), per paura di possibili conseguenze negative nel servizio, quindi sulla famiglia;

Si chiede ad ogni Istituzione che ne abbia la possibilità, che venga valutato opportuna l’implementazione immediata, efficiente ed efficace, di un servizio psicologico-sanitario riferito alla prevenzione e assistenza verso disturbi psicologico-comportamentali, come il Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD), il Disturbo Acuto da Stress (ASD), il Disturbo dell’Adattamento o quello da Stress da Lavoro Correlato.

I Soldati sarebbero più sereni nel venire impiegati nei teatri operativi o anche nelle sedi, sapendo che un loro disturbo comportamentale verrebbe preso come “conseguenza ordinaria” degli eventi vissuti e quindi curato con naturalezza.

Tale ausilio psicologico, oltre a risultare vitale per il benessere delle persone/soldato, di qualsiasi grado e di supporto per le rispettive famiglie in eventuali momenti difficili e dolorosi, potrebbe essere sfruttato per migliorarne alcune caratteristiche psicologiche assolutamente vitali nel mestiere delle armi, come già avviene nel settore privato.

Un esempio potrebbe essere riferito all’arte del “saper decidere” e riuscire a farlo in tempi rapidi, prerogativa vitale oltre che necessaria del Soldato.

La qualità e la velocità della “decisione”, come ogni altro procedimento mentale, può essere stimolata, migliorata e contestualizzata al contesto in cui l’individuo andrà ad operare.

La scienza ormai può facilmente compensare la poca esperienza tecnico-specifica o umana maturata dalla persona, portandola comunque a prendere scelte importanti ed immediate con una naturalezza, una rapidità e una precisione tali, da ottenere seri e concreti benefici non solo verso se stessa, ma anche nei confronti della struttura dove è inserita.

Un militare consapevole delle proprie caratteristiche mentali, oltre che fisiche, ha come conseguenza un netto miglioramento della propria condizione e potenzialità, quindi anche una piena consapevolezza di potersi esprimere intellettualmente e nelle azioni al cento per cento, con sano orgoglio ed entusiasmo, nei confronti dei suoi colleghi e della Patria.

Sarebbe auspicabile, quindi, che qualsiasi condizione di Stress vissuta dal personale in servizio, indifferentemente che sia riferita a un Post Trauma o all’ordinario servizio, non venga più preso come un problema inabilitante, causa troppo spesso anche di licenziamenti, bensì a una normale risultanza di un lavoro logorante, intensivo, faticoso e stressante come è quello vissuto dai cittadini che vestono una uniforme.

Contestualmente, anche per ovviare ai problemi sopra citati che, in rari casi, hanno facilitato in alcune persone gesti estremi, sarebbe necessario poter implementare un servizio di supporto psicologico diverso da quello attualmente in atto, dove la figura dello psicologo risulta accentrato negli alti Comandi, quindi ben distante dalle persone interessate, ovvero dalle realtà vissute dal personale in servizio e dalle rispettive problematiche.

Uno psicologo che incontra un’ora l’anno il personale in uniforme solo per poter “smarcare” la cattedra pre-missione non dovrebbe risultare sufficiente per le finalità per le quali viene eseguita.

Rimane il dubbio del perchè sia valutato necessario l’impiego dello psicologo per preparare i soldati allo stress che questi di sicuro vivranno durante tale attività ( altrimenti sarebbe inutile tale supporto preventivo, appunto), per poi non intervenire sugli stessi operatori una volta rientrati in Patria, ovvero dopo essersi caricati di stress.

O è inutile preventivare il possibile stress, oppure è una mancanza inspiegabile il mancato supporto una volta che tale stress si è verificato.

Da quello che ci risulta, solo alcuni Comandanti,  razionali, lungimiranti e realmente sensibili al benessere del personale hanno capito tale problematica/omissione, richiedendo espressamente un intervento dello psicologo nel post impiego.

Pazzi, lungimiranti o solo realisti?

Tornando al problema, attualmente e con questo sistema di supporto psicologico, il personale non ha la spinta emotiva o fiduciaria per potersi confidare con uno “sconosciuto” visto poi, dallo stesso personale, come “referente” del proprio Comando.

Conclusione.

Tale realtà lo psicologo, nel caso fosse istituita in forma decentrata, quindi in ogni reparto, oltre a svolgere una funzione “sentinella” su possibili criticità umane e professionali, con relativo immediato intervento assistenziale, potrebbe anche svolgere la funzione di costante e reale supporto familiare, oltre a quella formativa nei confronti del personale al fine di implementarne al massimo le caratteristiche psicologiche (leadership, resilienza, convinzione, attitudini, etc) .

Al fine di limitare possibili costi o problematiche logistico funzionali alle Istituzioni, si potrebbero prendere in considerazione sia convenzioni con realtà civili, sia la presenza all’interno delle infermerie presenti nei reparti di un Asa/Psicologo. Quest’ultima opzione non andrebbe a pesare sui costi (gli Asa sono già previsti) e sugli organici (VFP4).

Non ci interessa avere Ufficiali psicologi (che potrebbero rimanere decentrati a coordinare le attività nei Reparti), ci interessa risolvere il problema in maniera funzionale ed immediata.

Le soluzioni si trovano solo se si vuole vedere il problema con occhio leale e razionale.

 

Non dobbiamo mai abbandonare il nostro compagno, tanto meno nel momento di massimo bisogno. Chi viene lasciato solo con i propri demoni muore.

 

 

Presidente di Assomilitari

C.le Magg. Ca. Sc. Q.S.Carlo Chiariglione

#nessunorimaneindietro

 


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