Una mimetica e un fucile non fanno un soldato, e i gradi non fanno un buon comandante
PREMESSA
In questi giorni ogni testata e trasmissione giornalistica nonchè le Istituzioni militari, parlano dei quattro militari italiani feriti il 25.09.2026 durante un’attività addestrativa in Lettonia.
Ovviamente il primo pensiero è rivolto a loro e alle loro famiglie, nella speranza che tutto si possa risolvere presto e bene. In questo ringraziamo le Istituzioni militari e i Vertici che si sono subito mossi in loro supporto e sostengo, e che hanno subito avviato ogni sorta di accertamento sui fatti al fine di definire dinamiche ed eventuali responsabilità.
Per ragioni di rispetto e di opportunità, data anche dall’assenza di un quadro completo dei fatti, non entreremo nel merito di tale vicenda. Partendo da tale spunto, verrà intrapreso un ragionamento generale, senza voler puntare il dito o denigrare soggetti, reparti, categorie o Istituzioni. Qui si vuole proporre un critica costruttiva, che si spera possa servire alle Istituzioni militari e ai relativi Vertici per intraprendere ogni azione necessaria a salvaguardia tanto delle Istituzioni stesse quanto degli uomini e delle donne in uniforme. A volte una voce critica fuori dal coro, per quanto aspra e dura, riesce a dare eventuali spunti di riflessione che mille voci “amiche” non hanno visto o saputo dire.
Quanto di seguito rappresentato, ovviamente, non si riferisce a tutto il Comparto indiscriminatamente, invero formato da eccellenze e professionalità non messa in discussione. Qui si rappresentano alcuni concetti che però sono stati analizzati e riscontrati tanto dagli operatori sul campo, quanto dai Vertici. Notizie non segrete facilmente rinvenibili su fonti aperte e su formali dichiarazioni rilasciate negli anni da vari Vertici militari.
L’esercito e le Forze Armate in generale sono un diamante di questo Paese, ma come tutte le cose preziose va preservato da piccole e ben definite imperfezioni, ed è proprio questo il motivo che muove questo articolo.
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Tornando all’incidente del 25.09, sarebbero partiti dei colpi da un mezzo italiano che hanno raggiunto un altro mezzo italiano.
Si chiama blue on blue. In inglese sembra quasi fare meno male.
Adesso arriveranno gli accertamenti, le relazioni, gli after action review, le lessons learned e probabilmente qualche nuova slide da inserire nei briefing. Da qualche parte potrebbe nascere un PowerPoint intitolato Blue on Blue – Way Ahead, con tre frecce, quattro rettangoli e l’immancabile conclusione: “implementare maggiormente la situational awareness”.
E magari tutto verrà considerato risolto. Fino alla prossima volta. Magari verranno anche erogati elogi, encomi e medaglie, tanto per gli operatori quanto per la linea di comando, per l’eccellente risultato raggiunto. Tutto risolto e tutti contenti.
Ma sarebbe troppo semplice fermarsi alla Lettonia, perché il problema dell’Esercito Italiano non nasce in Lettonia. Nasce molto prima. Nasce quando si comincia a confondere l’indossare una mimetica con l’essere un soldato, quando l’appartenenza a un’organizzazione militare diventa sufficiente per considerarsi militari e quando il grado e un brevetto cucito sulle spalline vengono scambiati per una certificazione automatica della capacità di comando e/o tecnico operativa.
Una mimetica e un fucile non fanno un soldato. Esattamente come binari, stelle e greche non fanno necessariamente un buon comandante.
Il primo problema è probabilmente ancora più a monte: chi viene reclutato e, soprattutto, perché entra nell’Esercito?
Per troppo tempo la vita militare è stata presentata anche come un posto di lavoro invece che come una professione particolarissima, durissima, nella quale un giorno potrebbe essere richiesto di fare esattamente ciò che è scritto nel nome: il militare. Il militare è l’unico lavoro che ha come core l’uccidere o essere ucciso.
Il concorso, la stabilità economica, la voglia di avventura, il posto fisso, lo stipendio garantito: tutte aspirazioni perfettamente legittime nella vita civile. Molto meno sufficienti quando diventano la motivazione principale per scegliere una professione nella quale, almeno teoricamente, qualcuno potrebbe chiederti di andare in guerra.
Perché il problema è che il nemico non ha sottoscritto lo stesso contratto. Non rispetta l’orario di servizio. Non conosce il recupero compensativo. Non aspetta che finisca l’approntamento. E soprattutto non gli interessa sapere quante materie siano state svolte durante l’anno addestrativo, ovvero se siano state realmente svolte.
Ma sarebbe troppo facile dare la colpa ai ragazzi. Un giovane arriva civile, con mille pensieri, mille dubbi, mille speranze e pieno di voglia di fare, di buoni propositi e di ideali. È l’Esercito che deve trasformarlo in soldato.
Ed è precisamente qui che iniziano i problemi.
Counter-IED? Fatto. Poligono? Fatto. Trenta colpi su un cartone, sparati? Fatto. Lezione prevista dal programma? Fatta. Psicologo? Fatto. Materia smarcata. Casella verde. Avanti la prossima.
Alla fine dell’approntamento il foglio Excel è magnifico. Il reparto, forse, un po’ meno.
Perché troppo spesso l’addestramento rischia di trasformarsi da processo tecnico-operativo attraverso il quale costruire una capacità a mero procedimento amministrativo attraverso il quale dimostrare di avere svolto delle attività. E le due cose non sono affatto la stessa cosa.
Un conto è poter scrivere: “Addestramento effettuato.” Un altro è poter dire: “Questo reparto sa combattere.”
La prima frase tranquillizza un Comando. La seconda salva vite.
Un soldato non deve semplicemente aver sparato trenta colpi contro uno statico foglio di carta. Deve saper utilizzare la propria arma quando è stanco, confuso, sotto pressione, al buio, quando ha paura e quando intorno a lui tutto sta andando esattamente al contrario di come era stato illustrato durante il briefing. O peggio ancora in maniera diversa da come ha più volte provato nei cosiddetti addestramenti “vasetti”, utili solo ad accontentare la vista delle Autorità che vengono in visita.
Il Counter-IED non dovrebbe essere una casella da barrare. La preparazione al combattimento non dovrebbe essere una materia da chiudere entro venerdì. E anche la preparazione psicologica alla guerra non può ridursi all’ennesima lezione prevista dal programma, magari convincendosi che un’ora in aula possa restituire ciò che accade nella testa di un uomo quando qualcuno gli spara davvero contro.
Non è una critica alla psicologia, che nella preparazione e nel recupero del combattente ha un ruolo necessario e importante. È una critica all’idea burocratica secondo cui aver organizzato una lezione equivalga ad aver costruito una capacità.
Perché la guerra ha un brutto vizio: non assegna crediti formativi e non legge i curricula.
E poi arrivano i comandanti a vari livelli. Ed è qui che il paradosso diventa ancora più evidente.
Perché al vertice dell’Esercito c’è oggi un Capo di Stato Maggiore, il Generale di Corpo d’Armata Carmine Masiello, che sull’addestramento ha scelto parole difficili da equivocare. Ha riportato pubblicamente l’attenzione sulla guerra, sulla preparazione operativa, sull’innovazione e sulla necessità di addestrarsi seriamente. Ai futuri comandanti ha ricordato la responsabilità che deriva dall’avere uomini alle proprie dipendenze e la centralità dell’addestramento.
Il problema, quindi, non sembra essere l’assenza di un indirizzo dall’alto. Il problema è ciò che può accadere mentre quell’indirizzo scende verso il basso.
Perché tra un Capo di Stato Maggiore che chiede reparti realmente pronti a combattere e il soldato che dovrebbe diventarlo, esiste una lunga catena di comando. Ed è sufficiente che qualche anello traduca “addestrare” con “smarcare”, “essere pronti” con “aver completato il programma” e “comandare” con “non avere problemi da riferire al superiore” perché un principio corretto venga trasformato nell’ennesima pratica amministrativa.
Il Gen. Masiello può chiedere addestramento duro. Può parlare apertamente di guerra. Può chiedere un Esercito capace di adattarsi al campo di battaglia moderno e anticonvenzionale o, come dicono quelli bravi in questi ultimi anni, capace di vincere nelle “guerre ibridie” e nei “conflitti ad alta intensità con sistemi unmanned”.
Ma poi servono comandanti, principalmente ufficiali, che hanno le maggiori responsabilità di comando-controllo, gestione e organizzazione, disposti a trasformare quelle parole in giornate sul terreno, munizioni sparate, errori commessi e corretti, esercitazioni difficili, standard non negoziabili e soprattutto avere il professionale coraggio di dire una frase che in certe caserme sembra essere diventata quasi impronunciabile: “Non siamo ancora pronti.”
Perché “non siamo pronti” significa assumersi una responsabilità. “Attività svolta”, invece, entra perfettamente in una slide.
Oggi, prendendo spunto dall’incidente in Lettonia, attraverso una astrazione, una parabola, siamo nuovamente a parlare di questioni legate all’addestramento e alla sicurezza, concetti già in passato ampliamente discusso e denunciato, ad esempio:
- militari furono inviati in missioni estere senza che avessero frequentato i prescritti pacchetti addestrativi:
- https://www.assomilitari.it/esercito-italiano-la-morte-del-caporal-maggiore-chierotti-tragica-casualita-sfortuna/
- militari furono inviati in attività addestrative senza vedere rispettati i minimi livelli di sicurezza:
- https://www.assomilitari.it/alpini-allesercitazione-col-rischio-valanghe-il-comandante-si-vanto-rischiamo-la-pelle/
- Qualifiche ottenute da personale militare senza la frequenza dei relativi e imprescindibili addestramenti:
- https://www.assomilitari.it/il-fatto-quotidiano-del-18-09-2026-esercito-accuso-il-generale-per-un-brevetto-falso-assolto-il-maresciallo-sindacalista/
Ed ecco allora la possibilità che ci sia un comandante che non vuole comandare ma amministrare. Quello che non vuole conoscere lo stato reale del reparto ma la percentuale di completamento dell’approntamento. Quello che preferisce una casella verde a una verità scomoda. Quello che davanti al superiore presenta un reparto magnifico e cinque minuti dopo chiede ai propri uomini come mai non sappiano fare ciò che sulla carta risulta già fatto.
Il problema non è necessariamente l’ordine che parte dall’alto. È ciò che ne rimane quando arriva in fondo.
Ed è forse questo uno degli ostacoli più difficili per qualsiasi tentativo di cambiamento: non basta ordinare a un’organizzazione di cambiare mentalità se una parte di quell’organizzazione ha costruito la propria tranquillità proprio sulla vecchia mentalità.
Tali problemi qui discussi, poi, si amplificano nel tempo con la sopraggiunta mancanza di motivazione vissuta dal personale, molte volte catalizzata da un ormai attenuato se non perso senso di appartenenza. Tutto ciò fa perdere di vista il comune scopo istituzionale che dovrebbe spingere ogni persona ad indossare una uniforme: il “SERVIZIO” al Paese.
Un Esercito può cambiare mezzi, può cambiare uniformi, può cambiare dottrina, può comprare droni, sistemi digitalizzati, nuovi veicoli e nuove armi. Ma cambiare la cultura di chi comanda è molto più difficile.
Soprattutto quando qualcuno ha imparato che, per fare carriera, può essere più conveniente dimostrare che tutto è stato fatto piuttosto che chiedersi se sia stato fatto bene ovvero se sia stato fatto.
E proprio qui il binario, la stella e la greca tornano ad avere il loro significato reale. Indicano chi comanda. Non certificano quanto bene sappia farlo.
Poi arriva la guerra. Ed è lì che finiscono le interpretazioni.
L’Afghanistan, ad esempio, ha fornito esempi sui quali sarebbe utile riflettere ancora oggi. Durante la fase di retrograde, mentre il dispositivo italiano lasciava progressivamente le FOB a sud per ripiegare verso Herat, vi furono situazioni nelle quali il movimento delle forze italiane venne ostacolato dalla presenza e dall’attività di cellule insorgenti.
In determinate circostanze fu necessario ricorrere alle Forze Speciali per intervenire sulla minaccia e consentire la prosecuzione del movimento.
Missione compiuta. Problema risolto. Tutto bene? Non proprio.
Perché la questione non è stabilire se le Forze Speciali italiane fossero capaci di farlo. Naturalmente lo erano. La domanda interessante è un’altra: perché era necessario impiegare una capacità di quel livello?
Nessuno pretende che ogni reparto convenzionale possieda capacità da incursori, ranger o acquisitori. Sarebbe tecnicamente assurdo e professionalmente ridicolo. Le Forze Speciali, formate da personale accuratamente selezionato e altamente addestrato, esistono precisamente per svolgere missioni particolari, caratterizzate da requisiti, rischi e modalità d’impiego differenti.
Anche se tale concetto concetto, seppur tanto evidente quanto scontato, sembrerebbe però ancora oggi messo in dubbio in alcuni reparti ordinari, dove alcuni soggetti nello svolgimento delle loro funzioni istituzionali (es: Sottufficiale di Corpo), sminuiscono la figura e il ruolo oltre che la professionalità delle Forze Speciali (F.S.), affermando la loro asserita “inutilità” denigrandole, ovvero ostacolando e stigmatizzando chi tra i militari, in particolare i giovani ufficiali appena assegnati al reparto, intraprendono l’iter di selezione e reclutamento verso le F.S..
Tornando al nostro discorso, il problema sopra richiamato nasce quando personale estremamente selezionato, addestrato e costoso viene utilizzato per risolvere problemi tattici che uno strumento convenzionale adeguatamente preparato dovrebbe poter affrontare con le proprie capacità.
Perché a quel punto, forse, si crea un meccanismo perverso. Il livello medio scende e, invece di alzarlo, viene abbassato il livello del compito affidato all’eccellenza.
Il reparto convenzionale non riesce? Si chiama quello specialistico. Quello specialistico non basta? Si chiamano le Forze Speciali. Missione conclusa. La bandierina sulla mappa diventa verde.
Il sistema sembra aver funzionato. Ma non ha funzionato affatto. Ha semplicemente nascosto una propria debolezza utilizzando una capacità superiore.
È come comprare una Ferrari per trainare un rimorchio. Certo che può farlo. Il problema è che non era stata comprata per quello, e di conseguenza il mezzo principale non era adeguato. E soprattutto, mentre sta trainando il rimorchio, non può fare ciò per cui è realmente insostituibile.
Una Forza Armata dovrebbe quindi avere il coraggio di porsi non soltanto la domanda più semplice: “C’è qualcuno capace di risolvere questo problema?” Ma quella molto più scomoda: “Chi avrebbe dovuto essere capace di risolverlo?”
La prima domanda permette di portare a termine una missione. La seconda costruisce un Esercito.
Qui non si eccepisce che l’assolvimento della missione rimanga la priorità “1”, ma si stigmatizza che forse, successivamente, non si vada ad indagare su eventuali carenze e responsabilità.
Le Forze Speciali dovrebbero rappresentare la punta di una piramide. Ma una piramide non può essere composta soltanto dalla punta. Sotto devono esistere reparti convenzionali solidi, preparati, credibili, capaci di combattere e di svolgere fino in fondo i propri compiti.
Altrimenti non è più l’eccellenza che trascina verso l’alto il resto dell’organizzazione. È la potenziale e sporadica mediocrità del sistema ( in senso lato senza generalizzare) che trascina verso il basso l’eccellenza, costringendola a fare ciò che altri avrebbero dovuto saper fare.
Ed è forse proprio questo uno degli insegnamenti più importanti che il resto dell’Esercito dovrebbe prendere dalle Forze Speciali. Non necessariamente le loro tecniche, non i loro equipaggiamenti, non la pretesa di trasformare ogni soldato in un incursore, ranger o acquisitore.
Qualcosa di molto più semplice: la cultura dello standard.
Sei pronto? Vai. Non sei pronto? Non vai. Non hai raggiunto lo standard? Riprova.
Il grado non conta. L’anzianità non conta. La percentuale dell’approntamento non conta. Lo standard o viene raggiunto o non viene raggiunto. Perché il nemico non abbassa la difficoltà dell’esame per permettere a tutti di superarlo.
Eppure questa logica, che dovrebbe essere assolutamente naturale in un’organizzazione militare, rischia talvolta di apparire quasi estrema. Come se pretendere che un fante sappia fare bene il fante fosse “elitismo”. Come se pretendere che un comandante consegni alla guerra uomini realmente preparati fosse eccessiva rigidità. Come se trenta colpi fossero sufficienti non perché lo siano realmente, ma perché quelli sono disponibili e quindi, per una curiosa proprietà transitiva, debbano necessariamente bastare.
Poi però arriva la guerra. E la guerra fa saltare tutta la costruzione e i veli.
L’Afghanistan in particolare ha dimostrato quanto rapidamente la realtà possa distruggere mesi di teoria. Guardando retrospettivamente a quegli anni emerge una considerazione difficile da ignorare: in alcune circostanze il prezzo pagato avrebbe potuto essere persino più alto.
Questo non significa attribuire le cause dei caduti italiani alla preparazione dei reparti o alle decisioni di singoli comandanti. Non significa nemmeno poter generalizzare all’intero Comparto. Un’affermazione del genere richiederebbe analisi specifiche e sarebbe profondamente ingiusto trasformare tragedie individuali in uno slogan.
Significa riconoscere qualcosa di molto più semplice. In guerra la distanza tra tornare a casa e non tornarci può essere spaventosamente sottile.
Preparazione, esperienza, il compagno accanto, una decisione presa pochi secondi prima, fortuna, e qualche volta bisogna avere l’umiltà di ammetterlo: Dio ha voluto bene a molti di quei soldati.
Ed eccoci nuovamente alla Lettonia. Quattro militari feriti.
Allora subito torna in mente l’articolo uscito il 04.04.2022 sulla testata giornalistica “Open”:
Nell’articolo di circa 4 anni fa riferito proprio ai nostri militari dispiegati in Lettonia per un addestramento, si legge perfettamente di alcune problematiche qui ora nuovamente balzate su media nazionali a fronte dei fatti di questi giorni: addestramento, feriti e guerra.
Già all’epoca sull’articolo del 2022 si discuteva dell’abbassamento del livello qualitativo e quantitativo degli addestramenti, realtà questa confermata dallo stesso Ministero della Difesa alla giornalista.
Già all’epoca si denunciavano le medesime argomentazioni e problematiche ora qui ridiscusse, compresa la probabilità di avere militari feriti per fuoco amico, infatti si legge:
- «Posso, ad esempio, dire per esperienza personale maturata negli anni, anche in qualità di istruttore di tiro militare di diversi reparti, che tra il personale ci sono evidenti lacune addestrative riguardo alla necessaria e vitale padronanza nel maneggio ed impiego delle armi, elemento assolutamente vitale in una situazione di guerra come è attualmente quella dell’Ucraina. E questo non per carenze riferibili ai militari italiani che per potenzialità e qualità umane e professionali avrebbero da insegnare a gran parte degli eserciti stranieri, ma per una inappropriata gestione da parte di alcune linee di comando che non hanno posto in essere addestramenti efficienti ed efficaci. Per troppo tempo l’esercitazione al warfighting è stata considerata un obbligo burocratico da adempiere, da smarcare, sapendo che i militari sarebbero stati impiegati in altro. E questo, a mio avviso, rischia di portare, come già successo in passato, ad incidenti anche mortali per fuoco amico o per improprio uso delle armi tra il personale in servizio. Ora che il contesto rischia di cambiare rapidamente non è detto che gli uomini siano pronti, come hanno sottolineato anche ex vertici militari da poco andati in quiescenza».
Ora tornando all’incidente intercorso giorni fa, la dinamica e le eventuali responsabilità dovranno essere accertate attraverso inchieste e vagli portati avanti in maniera asettica, professionale e leale. Sarebbe irresponsabile utilizzare quell’episodio per emettere sentenze individuali, tanto più riguardo ad eventuali responsabilità o errori umani ovvero della linea di comando, prima che ciò avvenga.
Ma quell’incidente può diventare l’occasione per porre una domanda molto più grande: si stanno preparando soldati alla guerra, oppure reparti a superare un approntamento meramente burocratico?
Perché un giorno potrebbe non esserci davanti un bersaglio di cartone. Potrebbero non esserci soltanto trenta colpi. Potrebbe non esserci tempo per il briefing. Potrebbe non esserci un reparto speciale da chiamare quando qualcosa diventa troppo difficile. Risuonano nelle orecchie le parole di alcuni Comandanti che rivolgendosi ai propri uomini in partenza per l’Afghanistan, gli si diceva che i trenta colpi ivi utilizzati nell’esercitazione a fuoco fossero sufficienti per andare in missione “mica pensate che ne avrete di più, questi bastano“, “non serve mirare, il nemico deve avere la percezione di poter essere colpito“.
E c’è una cosa comunque da tenere bene a mente. Potrebbe esserci dall’altra parte qualcuno che, mentre alcuni nostri militari compilavano programmi, chiudevano moduli e smarcavano materie, si stava realmente addestrando a combattere. Magari qualcuno già addestrato, fisicamente, psicologicamente e professionalmente a seguito di “vere” guerre vissute in prima linea negli ultimi decenni.
Quel giorno Excel non sparerà. PowerPoint non reagirà al fuoco. La casella verde non metterà in sicurezza un itinerario. La qualifica non prenderà una decisione. E il grado non impartirà automaticamente l’ordine giusto.
Forse è questo che l’incidente della Lettonia dovrebbe ricordare, molto più di qualsiasi nuova direttiva destinata a finire in un raccoglitore.
Una mimetica e un fucile non fanno un soldato. E i gradi non fanno un buon comandante.
Il grado stabilisce chi può dare un ordine. La preparazione degli uomini quando quell’ordine dovrà essere eseguito stabilirà quanto bene qualcuno abbia realmente comandato.
Quel qualcuno dovrà poi spiegare alle famiglie perchè il proprio figlio non sia più con loro, rimpiazzato da una bandiera ben piegata e da cerimonie e pacche sulla spalla ricevute durante le cerimonie.
Queste parole sono rivolte a chi tra i Vertici militari e le varie catene dei comando hanno la responsabilità legale e morale di preparare i propri uomini agli impieghi previsti con l’uniforme indossata. Come detto, la quasi totalità dei reparti e dei Comandanti sono eccellenze e degne di stima e gratitudine. Ma non possiamo permetterci la perdita di un solo uomo causata da leggerezze, scarsa professionalità o inesperienza, oppure da altri motivi ancor meno edificanti magari legati alla preservanza della carriera di qualche sporadico elemento.

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